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Invecchiare bene: la partita si gioca a 40 anni

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La prevenzione è decisiva ma oggi vale solo il 4% della spesa. Un quarto della popolazione italiana ha 65 anni, oltre 4 milioni gli over 80. Vincere la sfida della longevità con Casagit e PMI Salute

Viviamo più a lungo, ma la vera sfida oggi è vivere più a lungo in buona salute. È questo il filo conduttore della tavola rotonda “La psicologia dell’invecchiamento tra clinica, prevenzione e qualità della vita”, promossa da Casagit Salute e PMI Salute e svoltasi oggi a Roma.

Ad aprire i lavori è stato il presidente di PMI Salute, Alfredo Longhi, che ha rilanciato con forza il valore della collaborazione tra fondi sanitari, sottolineando come la capacità di “lavorare bene insieme” rappresenti una leva strategica per affrontare le sfide poste dall’invecchiamento della popolazione, attraverso visioni condivise e strumenti comuni.

Sulla stessa linea Francesco Matteoli, direttore generale di Casagit Salute, che ha ribadito il valore della partnership in una fase particolarmente delicata per la sanità integrativa, segnata da un rafforzamento delle regole e dei controlli su chi opera nel settore della salute. Matteoli ha inoltre sottolineato con favore la presenza di Mefop, a conferma della natura di servizio e di sistema della sanità integrativa e dell’importanza di continuare a lavorare in modo coordinato.

A coordinare il dibattito Laura Berti, giornalista e conduttrice di Medicina 33, che ha inquadrato il tema partendo dai dati demografici: il tasso di mortalità è cresciuto del 3,1% rispetto al 2023, un quarto della popolazione italiana ha almeno 65 anni e cresce in modo significativo la fascia degli over 80. A questo si aggiungono il calo delle nascite, famiglie sempre più piccole e un aumento delle persone sole: nel biennio 2022-2023 il 36% degli italiani viveva da solo. Dinamiche che hanno un impatto diretto sulla salute.
Gli anziani sono oggi più attivi rispetto al passato, ma il Servizio sanitario nazionale fatica a reggere la pressione: secondo i dati GIMBE, nel 2023 il 58% delle strutture sanitarie è privato, percentuale che sale oltre il 70% per quelle di tipo residenziale. In questo contesto, la prevenzione diventa un fattore cruciale.

Marco Micocci, professore ordinario di Matematica finanziaria e Scienze attuariali all’Università di Cagliari, ha illustrato alcuni macro-dati sui fondi sanitari integrativi, basati su un campione di circa 6 milioni di iscritti. Le fasce di età sopra i 60 anni risultano poco rappresentate e, nella maggior parte dei fondi, il rapporto con l’iscritto non viene mantenuto dopo il pensionamento.
Questo pone una questione centrale: che ruolo hanno oggi gli anziani nei fondi sanitari? In molti casi, nessuno. Casagit Salute rappresenta invece un’eccezione, continuando a coprire gli iscritti anche in età avanzata. Una scelta che comporta un aumento della sinistrosità: con l’età crescono sia la frequenza sia il costo delle prestazioni, in particolare visite specialistiche e ricoveri. A 40 anni la frequenza delle prestazioni si aggira intorno al 30%, mentre a 70 anni supera l’80%.
Micocci ha evidenziato come, pur coprendo la gran parte della spesa con odontoiatria, visite e ricoveri, la voce “prevenzione” rappresenti ancora una quota molto limitata, circa il 4% della spesa complessiva: un dato che apre una riflessione sulla necessità di rafforzare gli investimenti preventivi all’interno della sanità integrativa.

Sul fronte medico scientifico è intervenuto Fabio Lucidi, professore ordinario di Psicometria all’Università La Sapienza di Roma, che ha posto una domanda chiave: quali interventi possono favorire un invecchiamento in salute, tenendo conto che gli anziani non sono tutti uguali?
Lucidi ha sottolineato il ruolo centrale della psicologia dell’invecchiamento, ricordando come l’aumento della durata della vita media non abbia modificato la durata massima della vita umana: ciò che è cambiato è che sempre più persone riescono ad arrivare alla vecchiaia, e il modo in cui ci arrivano fa la differenza.

Le modalità di invecchiamento dipendono da una combinazione di fattori: ambientali, genetici, sociali e legati agli stili di vita. «Le cause sono molteplici: dai progressi delle scienze mediche ai fattori genetici, fino alle condizioni sociali di contesto», ha spiegato Lucidi. Un sistema che invecchia, tuttavia, deve anche ottimizzare le risorse per restare sostenibile nel lungo periodo. Da qui l’importanza dell’invecchiamento attivo: mantenere una vita cognitiva stimolante, coltivare relazioni sociali e svolgere regolarmente attività fisica.

I livelli di attività motoria in Italia sono in crescita, ma restano insufficienti: secondo i dati Istat, pratica sport solo il 17% delle persone tra i 65 e i 74 anni e appena il 6% degli over 75. L’adozione di stili di vita sani richiede cambiamenti complessi e un impegno continuo, sostenuto da servizi adeguati e strumenti di supporto. «Può essere utile prescrivere l’attività fisica come fosse una terapia, affiancare azioni di counselling, entrare in reti di comunità e utilizzare strumenti di monitoraggio», ha aggiunto Lucidi, sottolineando anche il ruolo delle nuove tecnologie, se accompagnate da informazione e feedback costanti. Decisiva, infine, la dimensione motivazionale: sapere che muoversi fa bene non basta, i nuovi comportamenti devono rafforzare consapevolezza, autonomia e relazioni positive. Anche perché la spesa sanitaria di una persona sedentaria è significativamente più elevata rispetto a quella di una persona attiva.

Il tema clinico è stato approfondito da Francesco Landi, direttore del Dipartimento di Scienze dell’Invecchiamento della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, che ha invitato a spostare l’attenzione su una domanda cruciale: come arriviamo anziani?
La longevità coinvolge ormai ogni ambito della vita e la vera disparità è tra chi riesce a raggiungerla “con successo” e chi no. Landi ha richiamato dati raccolti su un campione di 25.000 persone tra i 18 e i 98 anni, nei quali sono stati valutati fattori di rischio e capacità funzionali: la forza muscolare inizia a declinare già intorno ai 50 anni e la maggiore variabilità tra i 40 e i 60 anni è determinante per il rischio di caduta dopo i 60. Analogamente, anche alcune capacità cognitive mostrano un declino a partire dalla mezza età.
Da qui l’importanza di sviluppare e proteggere i meccanismi biologici, agendo su prevenzione e stili di vita. Landi ha ricordato otto fattori essenziali: dieta, esercizio fisico, controllo della glicemia, peso, colesterolo, astensione dal fumo e qualità del sonno. Intervenire su questi aspetti può tradursi in un aumento significativo della sopravvivenza: fino a 15 anni in più per le donne e 12 per gli uomini. In questo solco si inserisce il progetto Longevity Run, attivo in diverse città italiane.

La prevenzione neurologica, invece, è stata al centro dell’intervento di Giovanni Anzidei, vicepresidente della Fondazione IGEA, che ha ricordato come dal cervello dipendano moltissime funzioni della nostra salute e come la sua funzionalità diminuisca fisiologicamente con l’età. Proprio per questo è stato sviluppato il protocollo “Train the Brain”, finalizzato alla prevenzione dell’invecchiamento e delle patologie neurodegenerative.
I dati presentati mostrano che il 2% degli over 45 analizzati presenta già problemi cognitivi conclamati, mentre quasi il 20% si colloca ai limiti della norma, spesso senza esserne consapevole.

Un risultato che evidenzia un ampio margine di intervento precoce, capace di agire prima che i disturbi evolvano in patologie vere e proprie: “Agire su quel 20% di popolazione, permette di allungare la qualità della vita, diffondere una cultura di prevenzione attrattiva e a livello di programmazione sanitaria apportare un risparmio assistenziale significativo”.

(g.a.)